da Varese, le odierne peripezie ed i mille interessi di una stramba famiglia di tatuatori!

Ho sempre pensato che la mia vita è piena di gente interessante e folkloristica, di gente colorata e gente molto dark,
di occasioni speciali, di fotografie, libri e scambi di informazioni...
Vorrei queste pagine fossero un'occasione per contaminarci e sorriderci su!!!!


Se desiderate contattarmi per qualsiasi chiarimento, opinione o scambio di vedute mi trovate qua: artistichousewife@hotmail.it

giovedì 10 gennaio 2013

Le maschere del NO e il loro processo di scultura

La perfezione delle maschere del NO sono il prodotto della grande conoscenza estetica dei singoli spettacoli da parte dei Maestri scultori, capaci di comprendere lo spirito di ciascun personaggio.



Esistevano varie scuole di incisione per le maschere ma, già dal XVII secolo, si è limitata alla riproduzione di maschere antiche.
Per molto tempo i NOMENSHI hanno conservato le forme dei prototipi classici seguendo un percorso artistico già aperto dai loro celebri predecessori.

Essi scolpiscono partendo da un blocco di legno di cipresso scelto: resistente, tenero, di colore chiaro, con venature sottili.
I loro attrezzi sono scalpelli, seghe e punteruoli costruiti con una lega di ferro tenero e acciaio.
La superficie della maschera viene levigata vari tipi di carta vetrata e poi viene ricoperta da vari strati di GOFUN, una polvere fatta con le conchiglie.
La pittura completa della maschera viene eseguita, quando il gofun è perfettamente asciutto, con inchiostro Sumi-e e pigmenti naturali come ad esempio cristallo polverizzato, il vermiglio o il blu oltremare.

Per ottenere effetti grotteschi sulle maschere di demoni o dei irati, vengono creati dettagli in argento o oro sugli occhi o sui denti, capelli e baffi vengono realizzati in crine di cavallo inseriti in piccoli fori regolari.
Anticamente si usavano capelli umani ma il mantenimento e la conservazione precaria fecero optare per l'opzione animale.

Diversamente dagli incisori di altri tipi di maschere, chi ne produce una ne appone la firma internamente e per le sue qualità può anelare a fama e gratificazioni importanti.
Essi realizzano maschere solo per gli SHITE del NO, e solo in situazioni estremamente eccezionali possono eseguirne una su commissione esterna.


Scolpire una maschera del NO richiede da qualche settimana a diversi mesi rendendo il prodotto finito un oggetto molto costoso.



mercoledì 9 gennaio 2013

IL TEATRO Nō

Bene, tra i vari progetti del 2013 c'è anche il proposito di portare avanti questo blog e il suo intento.
Per quello che ci riguarda queste pagine hanno sempre voluto coinvolgere un'utenza curiosa ed interessata a tutti quegli argomenti che rientrano poi, in un modo o nell'altro, con l'argomento tattoo.

Per noi che abbiamo scelto di fare orientale (ovvero un giapponese rivisto che comunque trae le sue iconografie dal giapponese più tradizionale), è sempre stato un'obiettivo la voglia di farvi conoscere di più un'universo che parla di senso del bello, di arte e regole, di mille interessantissime storie.

Perché così ognuno di voi possa aver la possibilità di scegliere la propria bodysuites sviluppando un percorso ed un riscontro che è puramente personale, differente per ciascuno.

Così parto dalle tanto amate maschere che spesso ci vengono richieste ma prima vorrei dare un chiaro quadro di cosa esse siano e in quale contesto d'uso siano state create.


Il termine significa "talento" e, per estensione, si intende anche l'esibire talento in pubblico.
Nella sue prime forme il teatro No non doveva essere molto dissimile da un circo.
Il dramma No è solitamente interpretato dallo SHITE (il protagonista), dal suo comprimario TSURE (di solito il rivale) e dal WAKI (cooprotagonista) che si muovono in scena accompagnati da un coro o un gruppo musicale.
L'estrema lentezza dello svolgere della narrazione serve a smuovere lo spettatore nel profondo lasciandogli anche il tempo per riflettere sulle proprie emozioni.
Il realismo recitativo è supportato dalla spersonalizzazione dell'attore che, indossando una maschera e nascondendo così il volto, resta ruolo e significato.


Il teatro No viene spesso accomunato alla Tragedia Greca e in effetti l'uso delle maschere, della danza e di un coro avviene in entrambe le rappresentazioni.
Ma è nel loro valore etico che si differenziano generosamente.
Nella tragedia Greca l'opera deve avere un'inizio, uno svolgimento e una fine mentre nel teatro NO si assiste ad un percorso di per sé già finito intervallato da "strofe musicali".
Nella Tragedia Greca i drammi spesso terminano con l'avvertimento a non lasciarsi illudere dalla sorte.
La felicità, che sembrava accompagnare il protagonista dall'inizio, è ben presto destinata a sparire.
Nel Teatro NO la maggior parte delle volte il protagonista è già defunto e il termine del dramma avviene con la liberazione dell'anima dalle sofferenze che lo trattenevano nel mondo dei vivi.


Il teatro NO, nato nel XIV secolo vide il suo periodo di massimo splendore nel XV secolo; molto lo univa ad altre forme espressive: scarno ma evocativo come i dipinti monocromi delle pittura Sumi-e, austero come i giardini Zen, preoccupato della morte e influenzato da note di Buddhismo.
Le movenze degli attori avevano un rimando alle arti marziali che prosperavano grazie alle numerose guerre in atto, la lenta camminata (HAKOBI) che l'attore compie dalle quinte attraversando un ponte che lo porterà al centro del palco, compariva pressoché identica nella Cerimonia del tè.

Una forma di danza chiamata GIGAKU fu importata in Giappone dalla Cina; usanza praticamente scomparsa se ne ha memoria solo grazie alle 220 maschere pervenute sino a noi e nella SHISHIMAI, la popolare festa dei leoni cinesi.

Dopo un secolo di guerre continue, alla fine del secolo XVI, Hideyoshi unificò il paese, insediando un governo centrale effettivo. Una volta insediato nel suo ruolo dovette dare prova del suo talento intellettivo e lo fece nel Teatro NO. Scelse di seguire la scuola KONPARU e interpretò tutti i 16 drammi NO e alcuni li commissionò per raccontare alcune particolari situazioni della sua vita, come il dramma in cui si racconta la sua visitia ai ciliegi in fiore sui monti Yoshino.


Con l'evento, le scuole di teatro NO si diffusero ampiamente e il NO fu più onnipresente che mai.
I grandi esponenti di quest'arte furono persino insigniti di cariche che prima di allora erano solo destinate ai migliori Samurai.
Qualora uno di questi avesse errato qualcosa nella rappresentazione essi venivano puniti, talvolta esiliati e, nei casi più gravi, veniva chiesto loro di compiere il suicidio rituale (SEPPUKU).
Questa severità nei castighi era data dalla sacralità del loro ruolo come esempio di divinità e come responsabilità sulla Sorte di tutto il popolo.

Quando l'epoca Meiji segnò, non solo la fine del Medioevo ma anche la fine della casata Hideyoshi, gli attori furono costretti, proprio come i Samurai, a cercare altre attività che consentissero loro di vivere.


Fu grazie a Umewaka Minoru e Hosho Kuro che il Teatro venne conservato e addirittura accettato dalla casta Imperiale come rito cerimoniale conservandolo intatto sino ad oggi.

Lo stesso presidente degli USA Grant, in visita ufficiale in Giappone, dopo averne vista una rappresentazione e essendone stato davvero sconvolto, diede il via alla NOGAKUSHA, l'istituzione che si occupa di proteggere e conservare l'antica arte del Teatro NO come valore culturale mondiale.


Un opera NO può essere rappresentata ovunque anche se si esprime al massimo se ambientata su un palco con apposite misurazioni. Gli antichi palchi NO erano solitamente costruiti all'aperto ma, dopo il periodo Meiji, vennero pian piano sostituiti da quelli all'interno in appositi edifici chiamati NOGAKUDO.

In un primo periodo, i Costumi usati nelle prime rappresentazioni era vesti di uso comune al ruolo del personaggio e spesso erano doni degli apprezzatori di quest'arte.
Fu con l'epoca TOKUGAWA che i costumi assunsero il massimo livello di sartoria e preziosità, costumi di seta dai colori sgargianti decorati a contrasto con cura maniacale.
I colori venivano scelti secondo una scaletta prefissata che aiutava a capire meglio lo stato d'animo o il rango del personaggio o il periodo di vita rappresentato, dividendosi così: bianco, rosso (giovinezza/fortuna), l'azzurro (temperamento calmo), il blu scuro (ruoli decisi), il verde chiaro (servitù), il giallo e per ultimo il marrone (anzianità).


La maschera NO fu il più importante elemento nella maturazione della forma di arte drammatica nipponica. Da una sessantina di maschere iniziali gli attori arrivarono a lavorare con un totale di oltre 200 tipi differenti.

La caratteristica di queste maschere è che possono essere usate differentemente a seconda dello stato d'animo che l'attore decide di interpretare senza avere le fattezze di un preciso personaggio ma essendo in realtà l'icona del sentimento stesso.


Il materiale solitamente usato era il legno di cipresso giapponese, la grandezza media di una maschera è di 21 cm di altezza per 13 di larghezza, nonostante la piccolezza hanno la capacità di attrarre tutta l'attenzione del pubblico in sala.

Gli attori NO preferiscono rivolgersi alla maschera chiamandola OMOTE, anziché NO-MEN.
Questo poiché il termine OMOTE può essere scritto con due Kanji differenti: uno significa maschera e l'altro significa superficie, faccia, davanti.

La cosa più difficile per loro è dare vita alle maschere, renderle vibranti di emozioni e non solo sculture di legno.
In Giappone per definire uno che ha un volto inespressivo si usa l'espressione "hai una faccia da maschera NO"!



(continua...)


lunedì 7 gennaio 2013

Velieri e lunghi viaggi di vita

come vi scrivevo in questo post (http://lamiss-artistichousewife.blogspot.it/2012/12/faro-guida-del-marinaio.html) Marino è tornato nell'ultima settimana di lavoro a finire il tatto gemello del Faro.

Per il secondo tattoo ha scelto un veliero, un classico del tema traditional ottimo compendio per il soggetto già scelto.


La nave è il simbolo del veicolo che trasporta non solo i corpi celesti attraverso il cielo, verso il sole, ma anche trasporto per i defunti verso l'aldilà.
Sulle pareti delle caverne delle tombe megalitiche si sono trovate spesso incisioni rupestri raffiguranti navi, evidenti rappresentazioni simboliche del viaggio nell'Isola dei Beati.



Le "Barche del Sole" che si trovano nei pressi della Piramide di Giza riproducono invece la nave sulla quale, ogni giorno, il Sole percorre il cielo, mentre di notte rischiara il mondo dei Morti per poi ritornare al punto di partenza.
Generalmente la nave viene intesa come simbolo del viaggio, nonchè della vita, come avviene nell'iconografia cristiana.

"La vita di questo mondo è come un mare in tempesta attraverso il quale dobbiamo guidare la nostra nave fino al porto. Se questo ci riesce, resistendo alle tentazioni delle sirene (Odissea) essa ci condurrò alla vita eterna" (S. Agostino)

Spesso la stessa Chiesa viene simboleggiata da una nave, un'Arca di Noè, che conduce alla meta celeste.


Ma talvolta la barca è anche la rappresentazione della falce di Luna che all'Equatore appare più inclinata di quanto non si possa osservare ad altri paralleli.


Alcuni Santi cristiani hanno come attributo la nave:
* San Brandano il navigatore


* Nicola (Santo protettore dei naviganti)


* San Vincenzo e Santa Ursula


Nell'antica Cina il veicolo che solca le acque assumeva significati simbolici specifici, come testimonia Hsun-tzu nel III sec. a.C. :

" Il sovrano è la barca, il popolo l'acqua.
L'acqua trascina la barca ma può anche capovolgerla"

Ma ora largo all'inchiostro su pelle.

Foto nuovo tattoo (non guarito):





E il faro guarito per bene:




Bene.
Alla prossima, un bacio a tutti!

***Miss***

nuovo anno nuovi propositi!

E' arrivato l'anno nuovo!
Un anno che vedo pieno di cambiamenti, impegno e buoni propositi.

Colgo l'occasione di questo primo post del 2013 per informare tutti che non mi troverete più al ricevimento clienti dell'MCT ma, che per qualsiasi cosa riguardi il lavoro, gli appuntamenti e i tattoo di Luigi continuate a contattare me alla mia mail ( artistichousewife@hotmail.it) oppure alla mia nuova pagina facebook (http://www.facebook.com/lamiss.artistichousewife).
Ormai ho ceduto anch'io a fb che, in un anno di lavoro all'MCT, mi è stato davvero di grande aiuto dandomi l'opportunità di avervi sempre a disposizione di messaggio.

Quindi, per la Miss, il progetto 2013 è di creare una mia linea di oggetti per la casa e l'arredamento, con relativo negozio on line ma con il nuovo obiettivo di rendere la mia produzione più accessibile a livello di costi adeguandosi al periodo di crisi economica.
Resto sempre sull'ideologia di una produzione che punta sul riciclo e il riutilizzo aumentando il forte valore sociale o culturale degli oggetti che hanno avuto una storia e una vita alle loro spalle.

Dopo aver fatto i primi tre pezzi della nuova collezione per tre donne importanti della mia vita ora mi sto dedicando al prossimo regalo per il nostro veterinario del cuore che tanto ci aiuta ed è di supporto alla nostra famiglia.
Dr. Alberto Brolpito è il veterinario che era in attività nella nostra via sino alla fine del 2012, ora si è trasferito poche vie in più in là in un bellissimo nuovo ambulatorio e questo regalo vorrei che fosse la nuova targa del suo studio di famiglia.

Ho optato per un acrilico su tela e il progetto trae inspirazione dall'illustrazione di satira sociale inglese del XIX secolo che commentano la vita dell'uomo attribuendo agli animali una fattezza umana.

Ho quasi finito la fase di progettazione e mi sto dedicando al lettering...
qualche fotina del work in progress, avvisandovi che sto progettando un nuovo blog che tratti solo del mio lavoro e non vada a disturbare l'argomento primo di questo blog: il tattoo!!!!





Presto nuovi aggiornamenti!!!!
:-)

lunedì 3 dicembre 2012

YUREI e il ritorno di Giamaica

Settimana scorsa Luigi ha iniziato il Back di Giamaica che da un pò non si concedeva nuovo inchiostro sotto pelle ed ora, va proprio detto, si ricomincia alla grande.

Per la sua schiena Giamaica ha scelto uno YUREI, ovvero un fantasma che popola la tradizione giapponese. I kanji che compongono la parola significano YU flebile, evanescente ma anche oscuro e REI che significa anima o spirito.
Sono talvolta anche chiamati BOREI ovvero "spiriti dei caduti" o "spiriti dei morti".
Si tratta di anime dannate che non riescono ad abbandonare il mondo dei vivi trovando pace nel mondo dei defunti.


Secondo la tradizione giapponese, tutti gli esseri umani hanno uno spirito/anima o reikon; quando muoiono, il reikon lascia il corpo e resta in attesa del funerale e dei riti successivi, prima di potersi riunire ai propri antenati nell'aldilà. Se le cerimonie sono svolte nel modo appropriato, lo spirito del defunto diventa un protettore della famiglia, a cui torna a far visita ogni anno ad agosto durante la festa Obon, nella quale i vivi porgono ai defunti i propri ringraziamenti.

 Tuttavia, nel caso di morti improvvise e violente, o se i riti funebri non sono stati effettuati, o ancora se lo spirito è trattenuto al mondo dei vivi da forti emozioni, il reikon può trasformarsi in yūrei ed entrare in contatto con il mondo fisico.

Non tutti gli spiriti che si trovano in queste condizioni però si trasformano in yūrei, perché agire sul mondo fisico dal mondo spirituale richiede una grande forza mentale o emotiva.
Lo yūrei può infestare un oggetto, un posto o una persona, e può essere scacciato solo dopo aver celebrato i riti funebri o risolto il conflitto emotivo che lo tiene legato al mondo dei vivi.

All'inizio, la tradizione non attribuiva agli yūrei un aspetto differente da quello dei comuni esseri umani.

Durante il periodo Edo si diffuse il rituale del HYAKUMONOGATARI KAIDANKAI un gioco che consisteva nel raccontare a turno una storia dell'orrore (KAIDAN)  sino a 100 storie. Si credeva che al compimento della centesima storia uno Yurei sarebbe apparso e proprio per tale motivo alcuni raccontavano sino alla novantanovesima storia e poi basta.



I kaidan divennero oggetto di letteratura, opere teatrali e dipinti, e gli yūrei cominciarono ad assumere degli attributi che permettevano al pubblico di identificarli immediatamente tra i personaggi.

Uno Yurei ha questi tipici tratti di distinzione:
  • Veste bianca - Simile al folkloristico lenzuolo bianco dell'immaginario collettivo occidentale, gli yūrei sono vestiti di un ampio abito bianco, che ricorda il Kimono funerario in uso durante il periodo Edo;
  • Hitaikakushi - Un altro elemento di vestiario che li contraddistingue, ma soprattutto in alcune opere teatrali o di carattere comico, e reso popolare principalmente dai manga; è un fazzoletto avvolto intorno alla testa che assume una forma triangolare (con la punta rivolta verso l'alto) sulla fronte.
  • Capelli lunghi e neri - Gli yūrei hanno generalmente i capelli lunghi, neri e scompigliati. Si credeva che i capelli continuassero a crescere dopo la morte, e inoltre tutti gli attori nel kabuki indossavano parrucche.
  • Mani morte e mancanza della parte inferiore del corpo - Le mani dello yūrei penzolano senza vita dai polsi, che sono generalmente portate in avanti con il gomito all'altezza dei fianchi. La parte inferiore del corpo è del tutto assente, e lo yūrei fluttua nell'aria. Queste caratteristiche comparvero dapprima negli yukio-e del periodo Edo, e vennero poi fatte proprie dal kabuki, nel quale per nascondere la parte inferiore del corpo si usava un kimono molto lungo o si sollevava l'attore da terra con delle corde.
  • Hitodama - Gli yūrei sono spesso accompagnati da una coppia di fuochi fatui (HITODAMA) in sfumature tetre di blu, verde o viola; queste fiammelle sono considerate parte integrante dello spirito. Le hitodama sono entrate a far parte anche della simbologia di anime e manga, in cui oltre a seguire un fantasma compaiono intorno a persone dall'aria funebre o stati emotivi fortemente depressi.

Molte sono le tipologie di YUREI:
  • JIBAKUREI: spettro, spesso di una persona morta suicida o con dei rimpianti, che infesta un particolare luogo.
  • HYOIREI: uno spettro che si impossessa del corpo di un vivente.
  • ONRYO: spiriti vendicativi che tornano a perseguitare chi li ha maltrattati in vita.
  • UBUME: spiriti di madri morte nel dare alla luce un figlio, o senza sapere cosa sia accaduto ad essi; sono generalmente innocui e desiderano solo incontrare i propri figli.
  • GORYO: spiriti di aristocratici morti per intrighi di palazzo o traditi dai propri servitori, che tornano a esigere vendetta.
  • FUNAYUREI: spiriti di marinai morti in mare; se vengono lasciati salire su una nave la fanno affondare.
  • ZASHIKI-WARASHI: fantasmi di bambini, generalmente dispettosi.
  • GAKI: nati e diffusi nell'ambito della tradizione buddhista(sono presenti in tutte le culture influenzate dal Buddhismo: sono fantasmi di persone morte nella pratica ossessiva dei propri vizi, e che sono state condannate perciò ad una sete e fame insaziabili di particolari oggetti, generalmente ripugnanti e umilianti.
  • JIKININKI: una variante del precedente, anche questa di ambito buddhista; la loro condanna è cibarsi di cadaveri.

  • IKIRYO: una particolare forma di fantasma che si materializza quando la persona è ancora in vita; se questa infatti prova un forte desiderio di vendetta l'anima può separarsi in parte dal corpo e andare a perseguitare il nemico, oppure se è molto malata o in coma può manifestarsi accanto ai familiari.
  • Fantasmi di samurai: veterani della guerra di Genpei morti in battaglia; compaiono quasi esclusivamente nel teatro No.
  • Fantasmi seduttori: in taluni casi lo spettro di una donna o un uomo cerca di avere una storia d'amore con un vivente.
Il modo più semplice per liberarsi di uno YUREI è soddisfare il suo desiderio, eliminando la sua ragione per restare in questo mondo; spesso significa trovare i suoi resti e dargli la dovuta sepoltura.
Nel caso di onryō questo però significa dar seguito alla sua vendetta, cosa non sempre possibile, e inoltre le loro emozioni sono sufficientemente forti da sopravvivere anche dopo che lo scopo sia stato raggiunto. In questo caso è necessario un esorcismo, del quale però esistono diversi tipi.
Nel buddhismo i monaci possono celebrare dei riti volti a facilitare il passaggio dello spirito nella sua prossima reincarnazione.
Nello shintoismo è possibile recitare un NORITO (una preghiera rituale) con lo stesso scopo oppure usare un OFUDA, un foglio con impresso il nome di un KAMI del quale assorbe il potere, che vengono premuti sulla fronte del posseduto o sparsi nell'area infestata.

E ora spazio al back di Giamaica, che è solo all'inizio ma già promette benissimo :-)










non vediamo l'ora di andare avanti col progetto!



Faro, guida del marinaio

Un FARO è una struttura, in genere una torre, dotata alla sommità di un sistema capace di emettere potenti segnali luminosi di aiuto e di riferimento nella navigazione, costituita da unalampada ed un sistema di lenti

 Sono situati in prossimità di luoghi di atterraggio, di luoghi pericolosi o di altri luoghi ove sia utile avere un punto notevole percepibile a distanza elevata durante la navigazione costiera. Sono chiaramente segnati sulle carte nautiche che ne riportano anche l'altezza focale, assieme alla caratteristiche del segnale luminoso emesso che li individua in modo univoco.

 Di largo uso nel passato, oggi il numero di nuovi fari costruiti è quasi fermo, sostituiti da sistemi digitali di aiuto alla navigazione. I fari ancora operativi stanno invece subendo un processo di automazione totale per ridurne i costi di gestione e manutenzione.

La storia dei fari è antica e s'intreccia strettamente con la storia della navigazione.
Nell'antichità, questa era inizialmente prevalentemente costiera e diurna, ma l'evolversi della navigazione commerciale portava spesso l'uomo a navigare anche di notte.
Nacquero così i primi fari, costituiti da falò di legna accatastata in punti prominenti della costa per riferimento nella rotta dei naviganti, indicando zone di pericolo o di approdo. Lungo le rotte più importanti nacquero successivamente i primi veri porti e con loro i primi veri fari, probabilmente strutture rudimentali in legno o ferro su cui veniva innalzato mediante un sistema di carrucole un braciere metallico contenente combustibile.

È solo attorno all'anno 300 a.C che sorsero le due grandi strutture che rimarranno per secoli esempi unici di fari monumentali.
Il Colosso di Rodi, considerato una delle 7 meraviglie del mondo, era un statua enorme, alta circa 32 metri che rappresentava il dio del sole, con un braciere acceso in una mano, collocata sopra l'entrata del porto.
La statua ebbe vita breve, distrutta successivamente da vari terremoti.

 L'esempio più illustre dei fari dell'antichità, un'altra delle 7 meraviglie del mondo, fu il Faro di Alessandria, la città fondata in Egitto da Carlo Magno.
Con una torre di altezza stimata tra 115 e 135 metri, rimase per molti secoli tra le strutture più alte realizzate dall'uomo. Un fuoco acceso in sommità emetteva un segnale luminoso che, grazie ad un sistema di specchi che si diceva ideato da Archimede, aveva una portata di oltre 30 miglia.
Il faro fu successivamente danneggiato gravemente nel 641 nella conquista araba della città, terminando la sua funzione di lanterna. La torre crollò nei secoli successivi distrutta da diversi eventi tellurici

Con l'affermarsi del dominio navale dell'Inghilterra, il XIX secolo fu il secolo della farologia, dove si assistette alla nascita di meraviglie dell'ingegneria soprattutto lungo le coste di Inghilterra, Scozia e Irlanda, spesso su scogli appena affioranti.
Esempi degni di nota furono il faro di Skerryvore in Scozia (altezza 48 metri, portata 26 miglia), il faro di Longship in Cornovalia (altezza 35 metri, portata 18 miglia), il faro di Bishop Rock, sempre in Cornovaglia (altezza 44 metri, portata 24 miglia), e quello di Fastnet in Irlanda (altezza 54 metri, portata 27 miglia). 

Una figura importante nel faro è sempre stata quella dell'uomo, il "guardiano del faro".
I primi, nell'antichità, furono probabilmente schiavi col compito di raccogliere e accatastare la legna ed alimentare per tutta la notte i falò.
Nel Medioevo questa funzione venne svolta in modo volontario dai monaci dei monasteri, che dovevano considerare loro dovere prestare aiuto ed assistenza alle navi di passaggio.
Tale compito diventò un vero e proprio mestiere nell'Ottocento, con l'aumento del numero di fari.
La funzione dei guardiani era di rifornire il combustibile della lampada, accendere e spegnere la lampada, tenere puliti i vetri delle lenti e delle finestre, mantenere in efficienza il meccanismo di rotazione delle lenti.
Nel 1907 fu inventata la valvola solare che, introdotta nei fari, ne permetteva l'accensione e lo spegnimento automatico con la luce del sole.
Ma la valvola solare, l'elettrificazione e l'automazione dei fari resero sempre più obsoleta la figura del guardiano. Tuttavia la funzione del guardiano rimase ancora per diversi anni, in parte anche per compiti di personale di salvataggio in caso di necessità.
In America l'ultimo guardiano del faro ha cessato il servizio nel 1990.
Attualmente i fari sono dotati di sistemi di automazione totale, dove un faro o un gruppo di fari, possono essere comandati a distanza via computer, restringendo la manutenzione ad un visita periodica.


In Italia, dal 1961 è San Venerio, il santo protettore dei faristi, ovvero coloro i quali si occupano del funzionamento dei fari marittimi.





Nella simbologia il FARO è simbolo/guida del poeta nel caos che la quotidianità propina. Simbolo solitario che aiuta a realizzare il desiderio di salvezza metafora di luce che guida il nostro cammino, o ci riporta a ritroso, ai ricordi del passato e della fanciullezza, facendoci rivivere, in una spiaggia dimenticata, la felicità d’un tempo che mai più ritornerà o di un amore lontano. Ora associato all’aquila, anch’essa metafora di alti ideali, il faro diventa il nido di quest’uccello...
Metafora della luce divina che guida la vita dell'uomo oppure fiamma alimentata da Dio per vegliare il cammino dell'uomo che attraversa la notte scura.
 
Con questo pretesto vi mostro le foto del faro di Marino guarito... :-)








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