da Varese, le odierne peripezie ed i mille interessi di una stramba famiglia di tatuatori!

Ho sempre pensato che la mia vita è piena di gente interessante e folkloristica, di gente colorata e gente molto dark,
di occasioni speciali, di fotografie, libri e scambi di informazioni...
Vorrei queste pagine fossero un'occasione per contaminarci e sorriderci su!!!!


Se desiderate contattarmi per qualsiasi chiarimento, opinione o scambio di vedute mi trovate qua: artistichousewife@hotmail.it

mercoledì 9 gennaio 2013

IL TEATRO Nō

Bene, tra i vari progetti del 2013 c'è anche il proposito di portare avanti questo blog e il suo intento.
Per quello che ci riguarda queste pagine hanno sempre voluto coinvolgere un'utenza curiosa ed interessata a tutti quegli argomenti che rientrano poi, in un modo o nell'altro, con l'argomento tattoo.

Per noi che abbiamo scelto di fare orientale (ovvero un giapponese rivisto che comunque trae le sue iconografie dal giapponese più tradizionale), è sempre stato un'obiettivo la voglia di farvi conoscere di più un'universo che parla di senso del bello, di arte e regole, di mille interessantissime storie.

Perché così ognuno di voi possa aver la possibilità di scegliere la propria bodysuites sviluppando un percorso ed un riscontro che è puramente personale, differente per ciascuno.

Così parto dalle tanto amate maschere che spesso ci vengono richieste ma prima vorrei dare un chiaro quadro di cosa esse siano e in quale contesto d'uso siano state create.


Il termine significa "talento" e, per estensione, si intende anche l'esibire talento in pubblico.
Nella sue prime forme il teatro No non doveva essere molto dissimile da un circo.
Il dramma No è solitamente interpretato dallo SHITE (il protagonista), dal suo comprimario TSURE (di solito il rivale) e dal WAKI (cooprotagonista) che si muovono in scena accompagnati da un coro o un gruppo musicale.
L'estrema lentezza dello svolgere della narrazione serve a smuovere lo spettatore nel profondo lasciandogli anche il tempo per riflettere sulle proprie emozioni.
Il realismo recitativo è supportato dalla spersonalizzazione dell'attore che, indossando una maschera e nascondendo così il volto, resta ruolo e significato.


Il teatro No viene spesso accomunato alla Tragedia Greca e in effetti l'uso delle maschere, della danza e di un coro avviene in entrambe le rappresentazioni.
Ma è nel loro valore etico che si differenziano generosamente.
Nella tragedia Greca l'opera deve avere un'inizio, uno svolgimento e una fine mentre nel teatro NO si assiste ad un percorso di per sé già finito intervallato da "strofe musicali".
Nella Tragedia Greca i drammi spesso terminano con l'avvertimento a non lasciarsi illudere dalla sorte.
La felicità, che sembrava accompagnare il protagonista dall'inizio, è ben presto destinata a sparire.
Nel Teatro NO la maggior parte delle volte il protagonista è già defunto e il termine del dramma avviene con la liberazione dell'anima dalle sofferenze che lo trattenevano nel mondo dei vivi.


Il teatro NO, nato nel XIV secolo vide il suo periodo di massimo splendore nel XV secolo; molto lo univa ad altre forme espressive: scarno ma evocativo come i dipinti monocromi delle pittura Sumi-e, austero come i giardini Zen, preoccupato della morte e influenzato da note di Buddhismo.
Le movenze degli attori avevano un rimando alle arti marziali che prosperavano grazie alle numerose guerre in atto, la lenta camminata (HAKOBI) che l'attore compie dalle quinte attraversando un ponte che lo porterà al centro del palco, compariva pressoché identica nella Cerimonia del tè.

Una forma di danza chiamata GIGAKU fu importata in Giappone dalla Cina; usanza praticamente scomparsa se ne ha memoria solo grazie alle 220 maschere pervenute sino a noi e nella SHISHIMAI, la popolare festa dei leoni cinesi.

Dopo un secolo di guerre continue, alla fine del secolo XVI, Hideyoshi unificò il paese, insediando un governo centrale effettivo. Una volta insediato nel suo ruolo dovette dare prova del suo talento intellettivo e lo fece nel Teatro NO. Scelse di seguire la scuola KONPARU e interpretò tutti i 16 drammi NO e alcuni li commissionò per raccontare alcune particolari situazioni della sua vita, come il dramma in cui si racconta la sua visitia ai ciliegi in fiore sui monti Yoshino.


Con l'evento, le scuole di teatro NO si diffusero ampiamente e il NO fu più onnipresente che mai.
I grandi esponenti di quest'arte furono persino insigniti di cariche che prima di allora erano solo destinate ai migliori Samurai.
Qualora uno di questi avesse errato qualcosa nella rappresentazione essi venivano puniti, talvolta esiliati e, nei casi più gravi, veniva chiesto loro di compiere il suicidio rituale (SEPPUKU).
Questa severità nei castighi era data dalla sacralità del loro ruolo come esempio di divinità e come responsabilità sulla Sorte di tutto il popolo.

Quando l'epoca Meiji segnò, non solo la fine del Medioevo ma anche la fine della casata Hideyoshi, gli attori furono costretti, proprio come i Samurai, a cercare altre attività che consentissero loro di vivere.


Fu grazie a Umewaka Minoru e Hosho Kuro che il Teatro venne conservato e addirittura accettato dalla casta Imperiale come rito cerimoniale conservandolo intatto sino ad oggi.

Lo stesso presidente degli USA Grant, in visita ufficiale in Giappone, dopo averne vista una rappresentazione e essendone stato davvero sconvolto, diede il via alla NOGAKUSHA, l'istituzione che si occupa di proteggere e conservare l'antica arte del Teatro NO come valore culturale mondiale.


Un opera NO può essere rappresentata ovunque anche se si esprime al massimo se ambientata su un palco con apposite misurazioni. Gli antichi palchi NO erano solitamente costruiti all'aperto ma, dopo il periodo Meiji, vennero pian piano sostituiti da quelli all'interno in appositi edifici chiamati NOGAKUDO.

In un primo periodo, i Costumi usati nelle prime rappresentazioni era vesti di uso comune al ruolo del personaggio e spesso erano doni degli apprezzatori di quest'arte.
Fu con l'epoca TOKUGAWA che i costumi assunsero il massimo livello di sartoria e preziosità, costumi di seta dai colori sgargianti decorati a contrasto con cura maniacale.
I colori venivano scelti secondo una scaletta prefissata che aiutava a capire meglio lo stato d'animo o il rango del personaggio o il periodo di vita rappresentato, dividendosi così: bianco, rosso (giovinezza/fortuna), l'azzurro (temperamento calmo), il blu scuro (ruoli decisi), il verde chiaro (servitù), il giallo e per ultimo il marrone (anzianità).


La maschera NO fu il più importante elemento nella maturazione della forma di arte drammatica nipponica. Da una sessantina di maschere iniziali gli attori arrivarono a lavorare con un totale di oltre 200 tipi differenti.

La caratteristica di queste maschere è che possono essere usate differentemente a seconda dello stato d'animo che l'attore decide di interpretare senza avere le fattezze di un preciso personaggio ma essendo in realtà l'icona del sentimento stesso.


Il materiale solitamente usato era il legno di cipresso giapponese, la grandezza media di una maschera è di 21 cm di altezza per 13 di larghezza, nonostante la piccolezza hanno la capacità di attrarre tutta l'attenzione del pubblico in sala.

Gli attori NO preferiscono rivolgersi alla maschera chiamandola OMOTE, anziché NO-MEN.
Questo poiché il termine OMOTE può essere scritto con due Kanji differenti: uno significa maschera e l'altro significa superficie, faccia, davanti.

La cosa più difficile per loro è dare vita alle maschere, renderle vibranti di emozioni e non solo sculture di legno.
In Giappone per definire uno che ha un volto inespressivo si usa l'espressione "hai una faccia da maschera NO"!



(continua...)


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